Perdere l’erezione a causa dell’ansia: cause e soluzioni

PERDERE L’EREZIONE A CAUSA DELL’ANSIA: cause e soluzioni

Esiste un legame stretto fra l’ansia e la disfunzione erettile. L’ansia da prestazione sessuale concerne, dunque, la mancanza di erezione da parte del paziente. A tal proposito, però, occorre distinguere tra natura psicologica e natura organica del disturbo erettivo: una volta accertata l’origine non fisica del problema attraverso controlli specifici presso medici specialisti, ci si può focalizzare sull’aspetto psicogeno, ovvero sulla paura di approcciarsi al rapporto e del fallimento che ne potrebbe scaturire.
La difficoltà erettile è particolarmente frequente nei soggetti di giovane età con scarsa esperienza sessuale e alle loro prime volte. Il problema, in queste circostanze, tende a migliorare spontaneamente attraverso l’intimità e la conoscenza graduale della propria partner. Ciò non accade, invece, in quei casi più complicati in cui si consolidano degli schemi di pensiero disfunzionali che autoalimentano l’ansia da prestazione.
Quest’ultima compare anche in soggetti di età più matura, nell’adulto con esperienze sessuali pregresse che, all’improvviso, si ritrova a verificare una certa difficoltà a produrre una normale erezione. A differenza del giovane inesperto, il paziente adulto con alle spalle una vita sessuale soddisfacente e piuttosto esperto, diviene protagonista increscioso della sua prima mancata erezione: in questo punto esatto della propria storia va ad innescarsi il meccanismo dell’ansia, ingenerato dall’incapacità di risalire alle cause che hanno provocato la situazione critica e lo stato emotivo conseguente. Questo cattivo inquadramento delle defaillance d’esordio mette in circolo delle emozioni negative quali paura e preoccupazione: il paziente ignora il fatto che a volte possa succedere di mancare l’erezione e che, quanto sperimentato, possa dipendere da altri fattori legati alla propria vita, quali lo stress, i problemi lavorativi, i problemi familiari che destano uno stato d’animo ansimante incompatibile allora con la possibilità di eccitarsi e di consumare un atto penetrativo. In altri casi il motivo è più semplice: il soggetto non aveva voglia di fare sesso e, pertanto, non è stato in grado di raggiungere l’eccitazione necessaria per produrre l’erezione e penetrare la propria partner.
Un trattamento di cura dell’ansia da prestazione deve mettere a disposizione dell’apprendimento del paziente la conoscenza e la consapevolezza dei meccanismi mentali e fisici sottostanti: se non c’è il giusto equilibrio tra mente e corpo si è impossibilitati a raggiungere quel grado di eccitazione tale da far conseguire l’erezione e la penetrazione. Il paziente con ansia non riesce ad eccitarsi e, per effetto, a produrre e mantenere l’erezione: una condizione che, in molti casi purtroppo, induce il soggetto ad adottare fantomatiche strategie di autoprotezione che consistono nell’evitamento della propria partner o di quelle situazioni che potrebbero sfociare plausibilmente in un atto sessuale.
La persona che inizia a sperimentare la difficoltà erettile comincerà, di pari passo, ad alimentare dubbi, preoccupazioni e ansia circa la possibilità e la capacità, nei prossimi incontri con la donna, di produrre l’erezione e di soddisfarla sessualmente. E ancora il timore dei giudizi che la partner potrebbe maturare sul suo conto: ella, nei pensieri del paziente, potrebbe considerarlo poco virile e insoddisfacente, perdendo tutto l’interesse nei suoi riguardi.
La cartina di tornasole per comprendere se il problema si possa qualificare come ansia da prestazione è quella particolare dinamica, riferita da ogni paziente, in cui l’erezione è assolutamente raggiungibile, con una buona consistenza e durata, quand’egli è da solo, lontano da una situazione in cui gli sarebbe richiesto consumare un rapporto con la propria partner. Ci si riferisce alle erezioni spontanee notturne tipiche della fase REM o a quelle del risveglio mattutino, o ancora alla pratica masturbatoria di autoerotismo: in queste circostanze il paziente non deve dar conto ad altri della propria performance, non ha paura di alcun tipo di fallimento, è sereno ed è per questo in grado di eccitarsi e di produrre l’erezione in modo normale.
Dunque è la paura di fallire in una certa occasione in cui il paziente dovrebbe “dar conto” di sé alla partner a innescare l’ansia da prestazione sessuale, la disfunzione erettile e la messa in circolo di flussi di pensiero di preoccupazione altamente negativi e autosqualificanti. Laddove cresca l’ansia, si accrescono per conseguenza l’impossibilità di eccitarsi e di produrre l’erezione. L’emozione principale che sottostà a queste dinamiche è la paura, la quale fa conseguire agitazione fisica e psicologica: tutto il contrario dell’eccitazione necessaria per vivere un rapporto sessuale soddisfacente. E a poco o a nulla ritorna d’utilità la somministrazione di farmaci vasodilatatori come il viagra o il cialis: se la natura del problema non è fisica, non è circolatoria relativa alla dilatazione dei vasi sanguigni (in questo caso il farmaco potrebbe intervenire con efficacia), ma di matrice psicogena, esso non può risolversi tramite un trattamento farmacologico.
L’approccio deve essere psicologico che vada a riconoscere e a ristrutturare gli schemi di pensiero errati posti in essere dal paziente con ansia da prestazione, sostituendoli con pensieri corretti. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è la terapia più utile a intervenire sul problema. Essa individua innanzitutto quattro categorie di errore su cui si autoalimenta e si mantiene il disturbo d’ansia e la conseguente disfunzione erettile:
Ipergeneralizzazione: uno specifico evento è visto come essere caratteristica di vita in generale piuttosto che come essere un evento fra tanti: è fare di tutta l’erba un fascio. Il paziente potrebbe pensare: “Non sono riuscito ad avere l’erezione una volta, perciò non riuscirò a produrla in nessun’altra situazione futura”. L’emozione che ne scaturisce non può che essere di tristezza e di paura: lo sconforto nel prospettarsi a mente la propria incapacità ad avere un rapporto non permetterà di eccitarsi e quindi di produrre l’erezione.
Ragionamento emotivo: considerare le reazioni emotive come reazioni strettamente attendibili della situazione reale. Ad esempio, decidere che siccome ci si sente sfiduciati, la situazione è senza speranza. Il paziente potrebbe pensare: “Dato che mi sento così intimidito/spaventato/triste/ansioso, allora è vero che nemmeno questa volta riuscirò ad avere un’erezione e un rapporto sessuale”. Lo stato emotivo è assunto come prova del proprio futuro insuccesso: ragionando così, il fallimento sarà purtroppo inevitabile. È evidente che questo errore di pensiero ne consegue un altro, ovvero quello dell’ipergeneralizzazione, in base alla quale “Dato che non sono riuscito ad avere l’erezione una volta, non ci riuscirò mai più in futuro”: ma non è possibile riferirsi al destino con capacità di preveggenza di cui non si è dotati.
Riferimento al destino: l’individuo reagisce come se le proprie aspettative negative sugli eventi futuri siano fatti stabiliti, ovvero sa già che succederà una certa cosa o che una certa cosa andrà male. Può sembrare banale e scontato precisare che l’uomo non ha, tra le sue innumerevoli capacità, la dote della preveggenza. Il paziente potrebbe pensare: “Ormai sarà sempre così: lo so già che non riuscirò ad avere mai più l’erezione”. Questa immaginazione provocherà tristezza nel soggetto che automaticamente non sarà in grado di eccitarsi e di produrre l’erezione, confermando in tal modo quanto già si era prospettato. Motivo per cui molti pazienti con tali pensieri cominciano a non cercare nemmeno più un approccio, una conoscenza o una frequentazione con una donna: l’ansia di fallire è più intensa di qualsiasi altro desiderio. L’evitamento è una forma (sbagliata) di autoprotezione, messa in atto dal soggetto per evitare di minare alla radice la residua autostima.
Altro pensiero comune è: “Devo abituarmi all’idea di non poter avere un’erezione”. Questa è una chiara forma di rassegnazione: questo è il pensiero riferito, tuttavia la persona non riuscirà mai ad abituarsi a tutto ciò o a farsene una ragione, perché desidererebbe consumare un rapporto, ma è convinta di non riuscirci e per questo lo evita, abituandosi all’astinenza. È certo di non poter produrre un’erezione in presenza di una donna, benchè quando si è da soli in casa le erezioni di qualità non manchino, spontanee o indotte da materiale erotico audio-visivo o immaginativo durante la pratica masturbatoria, in virtù del fatto che non gli è richiesto alcun contatto diretto con l’eventuale donna da penetrare. L’erezione si produce ristrutturando certi tipi di pensiero altamente negativi.
O ancora: “Nessuna donna vorrà stare mai con me”. Se è questo il pensiero principale, il soggetto finirà con l’abbandono della ricerca di una partner da conoscere e frequentare ed eviterà a priori questa tipologia di situazione che potrebbe sfociare in un rapporto intimo perché si dice consapevole che tutte lo rifiuteranno. Ma questa strategia di evitamento nel fronteggiare la situazione, non farà altro che consolidare la convinzione di non essere in grado di avere una donna che lo apprezzi.
Catastrofizzazione: gli eventi negativi che possono capitare sono trattati come intollerabili catastrofi piuttosto che essere visti nella giusta prospettiva. Il paziente, in questo contesto, potrebbe generare pensieri del tipo: “La mia vita è rovinata”, in riferimento alla mancanza d’erezione. È la vita di coppia semmai ad essere insoddisfacente, è una vita incompleta, ma non è un problema irrimediabile: la ristrutturazione dei pensieri conseguirà la possibilità di ritornare a produrre l’erezione e l’atto penetrativo.
Altro pensiero tipico: “È gravissimo non riuscire a soddifare una donna”. Sicuramente è una sensazione spiacevole, ma non è assolutamente ciò che di più grave possa accadere nella vita, anche perché è perfettamente risolvibile.
Ancora: “È una catastrofe rinunciare ai uno dei piaceri della vita”. Si tratta di un pensiero più relativizzato rispetto ai precedenti in quanto si parla di “uno dei” e non “dell’unico piacere della vita”. Cominciando, passo dopo passo, a ristrutturare le convinzioni estremizzanti, si ridimensioneranno di conseguenza le emozioni di paura e di preoccupazione che intervengono per dare vita e forza al disturbo d’ansia da prestazione.
Grazie alla psicoterapia cognitivo-comportamentale, che è il trattamento elettivo per la forma psicogena del problema, ci si consapevolizza che in realtà quanto accade è una conseguenza diretta dei pensieri disfunzionali che il soggetto fa e che gli generano ansia e preoccupazione, pertanto va curato e ristrutturato lo schema cognitivo, null’altro.

Articolo a cura: Dott. Pierpaolo Casto – Psicologo e Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

 

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