Come curare ansia e attacchi di panico: risolvere con i rimedi efficaci

I RIMEDI EFFICACI: COME CURARE ANSIA E ATTACCHI DI PANICO

Per intervenire sul disturbo d’ansia e di attacchi di panico occorre conoscerlo in quelli che sono i suoi sintomi, le sue dinamiche di mantenimento e la sua crescita.

Dalle esperienze cliniche in studio, si sa che il paziente con attacchi di panico è stato vittima di una crisi d’esordio o di una serie di crisi iniziali con un’intensità medio-alta e con una frequenza relativa, per poi subire l’aumento col tempo sia dell’intensità della crisi stessa che della frequenza di apparizione dell’attacco. Nelle prime fasi è dunque più lieve, seppure fastidioso, divenendo in seguito sempre più insinuante e forte.

Al fine di identificare un attacco di panico è bene spiegare che si tratti di un disturbo caratterizzato da tredici sintomi, di cui è necessaria la presenza di almeno cinque espressioni fisiche per poterne fare una diagnosi, fatto questo che spetta ad uno specialista del settore.

Riconoscerlo non è semplice, tant’è che spesso i soggetti che ne soffrono si ritrovano, anche per anni, a peregrinare da un ambulatorio all’altro prima di trovare una diagnosi esatta.

Individuare la diagnosi esatta è fondamentale per procedere con un trattamento adeguato: il paziente colpito dalla crisi di panico uscendo dal pronto soccorso e sentendosi dire che non ha nulla (perché è effettivamente così dal punto di vista organico, cardiologico, pneumologico, ecc..), non prova un grande sollievo ma avverte sconforto e incomprensione, perché è consapevole di essere stato male, ma di non aver, per l’ennesima volta, identificato la causa del problema.

I sintomi di cui soffre non sono immaginazione, ma sono reali. Una diagnosi sbagliata può dare avvio a una cura sbagliato o non fa partire alcuna cura adeguata.

Il disturbo d’ansia e di attacchi di panico non è cronico, ma va curato con delle strategie appropriate che possono essere apprese attraverso il trattamento elettivo della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Questo approccio garantirà la guarigione e la risoluzione completa e definitiva del problema.

Un altro dubbio, o meglio un altro timore a cui il paziente vorrebbe trovare risposta riguarda il fatto di poter svenire o morire nel corso di un attacco di panico. La risposta è no, benchè la vittima della crisi avverta una percezione di perdita del controllo: le sedute in studio forniranno gli strumenti teorici e pratici per porre rimedio a questa situazione intollerabile.

Il paziente che lascia passare troppo tempo senza una cura adeguata è una persona che continua a soffrire immotivatamente: non c’è alcuna ragione logica per proseguire a stare male perché non si deve fronteggiare un disturbo cronico, bensì un problema risolvibile in pochi mesi attraverso un giusto processo di guarigione.

In molti casi, il disturbo d’attacchi di panico innesca nel soggetto l’agorafobia, ovvero la difficoltà e la paura nella frequentazione o nello spostamento in determinati luoghi in cui non si intravede alcuna via di fuga libera in caso di crisi, motivo per cui tende a relegarsi nei suoi luoghi tranquilli, che divengono le sue basi sicure: la casa, il posto di lavoro, il presidio ospedaliero.

Quest’ultimo, in particolare, è lo spazio in cui si è certi di ricevere assistenza in caso di necessità: ci sono pazienti in studio che raccontano di essersi recati per decine e decine di volte in pronto soccorso a tal punto che medici e sanitari, nel tempo, sono giunti a “snobbare” le richieste di aiuto reale del paziente, lasciato in balia della sua sofferenza e incomprensione.

L’uso dei farmaci è vano per la cura del disturbo di attacchi di panico: la sua guarigione reale non può passare attraverso la somministrazione di psicofarmaci, perché la causa del problema è psicologico-cognitiva, sono i pensieri del paziente a scaturire il mantenimento e lo scatenamento dello stesso. 

Ad esempio: si è ancora in casa con la prospettiva di andare a fare la spesa; ancor prima di raggiungere il supermercato s’innesca un meccanismo mentale che produce paura e ansia anticipatoria rispetto al momento concreto in cui si raggiungerà quel luogo esponendosi alla situazione temuta.

È evidente, pertanto, come sia il pensiero e non la situazione a scatenare la crisi di panico: questo fatto dimostra come lo psicofarmaco non sia efficace alla remissione del disturbo, anzi, al contrario, contribuisce alla cronicizzazione dello stesso. Il farmaco serve soltanto nello stato acuto per sedare (e non per rimuovere) il sintomo: la tachicardia, l’agitazione psico-motoria, la sensazione di soffocamento sono soltanto alleviate finchè fa effetto la dose ingerita, ovvero per qualche ora. Completato l’effetto, il problema ritorna pienamente tale e quale in precedenza, anzi si può aggravare in intensità e frequenza nel momento in cui si instaura un grado di dipendenza assoluta verso il medicinale.

Il dosaggio consueto dello psicofarmaco arriverà, a un certo punto, a non essere sufficiente a tamponare il problema, per cui potrebbe rendersi necessario un incremento di assunzione di quel medicinale o l’associazione a questo di un altro farmaco. Esemplificando concretamente il discorso: un astemio, bevendo un bicchiere di vino, si ubriacherebbe senz’altro; se continuasse a bere un bicchiere di vino quotidianamente, dopo qualche giorno non gli farebbe alcun effetto e avrebbe bisogno di passare a due bicchieri per conseguire la sbornia; e ancora, dopo qualche giorno, non gli sarebbero sufficienti a raggiungere l’ebrezza e avrà bisogno di rincarare la dose alcolica, e così via. Allo stesso modo accade con l’assunzione di psicofarmaci: di tempo in tempo sarà necessaria una dose sempre più alta di ansiolitici (a cui vengono abitualmente associati gli antidepressivi). Ma imbottirsi di farmaci non è la cura.

Guarire dal disturbo di attacchi di panico, anche ad anni di distanza dal suo esordio, è perfettamente possibile. Il paziente che, fino al momento di intraprendere un percorso psicoterapico, non è guarito, è un soggetto che non si è curato adeguatamente o che non  è stato curato nella giusta maniera, ma per nessun motivo può definirsi un paziente cronico.

La vittima di attacchi di panico può iniziare la terapia esatta in qualsiasi momento per uscirne finalmente da quel disturbo che per anni ha invalidato la sua esistenza.

Alla domanda se un disturbo di attacchi di panico non curato possa sfociare in una depressione, si risponde che esiste una comorbidità e una relazione tra le due patologie. In diversi casi si assiste in studio a pazienti nei quali, non avendo affrontato un trattamento curativo adeguato delle crisi di panico, si è instaurato uno stato depressivo.

La persona che non guarisce e si vede limitata nei movimenti, nell’autonomia e nella sua libertà quotidiana assisterà gradualmente a un calo dell’umore, in virtù dello scoraggiamento di prospettiva verso il futuro, vedendosi malato.

Guarire dal panico vuol dire guarire l’abbassamento dell’umore e lo stato depressivo che si è innescato.

Il trattamento di psicoterapia cognitivo-comportamentale è il solo approccio elettivo a fornire le risposte utili  e i principi adeguati, sulla base della letteratura scientifica mondiale, per il fronteggiamento del disturbo di attacchi di panico.

È un problema che non si cura con i farmaci, ma attraverso la conoscenza dei meccanismi mentali alla base dello scatenamento dell’ansia e del panico.

Il pensiero è il fulcro del problema che ingenera le paure e le ansie che hanno alimentato e mantenuto nel tempo le espressioni psicofisiche caratteristiche del disturbo.

La paura è la fonte di alimentazione dell’attacco di panico: l’approccio terapeutico permetterà di abbattere questo stato emotivo negativo e, di conseguenza, il disturbo gradualmente smetterà di esistere per sempre.

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