Qual’è la cura migliore per gli attacchi di panico

QUAL’È LA CURA MIGLIORE PER GLI ATTACCHI DI PANICO

Il miglior modo per curare il disturbo di panico è rappresentato dalla psicoterapia, in particolare quella cognitivo-comportamentale, che risulta la più adatta per la risoluzione dei disturbi dell’ansia e dell’umore.

A differenza di altre psicoterapie, questa riesce a spiegare meglio e ad insegnare quelle strategie utili a combattere e vincere il panico.

Ciò accade perché il disturbo in questione è soprattutto su base cognitiva: il sintomo fisico avvertito dal paziente è una conseguenza del suo pensiero sul panico, sulla propria condizione e sull’interpretazione del corredo sintomatologico percepito.

Il paziente, infatti, tende a interpretare il sintomo e a reagire a questo in modo naturale: se noi consideriamo che dinanzi ad uno stimolo fobico sia normale avere paura, è altrettanto normale aspettarsi la conseguenza fisiologica, ossia la risposta fisica del corpo al fatto timoroso, come ad esempio il battito cardiaco accelerato e la sudorazione.

A questi si aggiungono altri sintomi come la sensazione di svenimento, di soffocamento, di irrigidità e il tremore che contribuiscono, nei casi estremi, al grande spavento dettato dal pensiero di poter morire.

La terapia cognitivo-comportamentale consente di comprendere l’interpretazione sbagliata che viene riservata a queste reazioni fisiologiche, chiarendo il discorso sul legame esistente tra i pensieri e lo stato d’animo.

Essa ci spiega anche come il soggetto con disturbo di panico possa avere paura di esporsi ad una data situazione perché, per analogia, l’associa ad un’altra affine in cui effettivamente ha vissuto un attacco critico e, pertanto, adotta questa strategia (errata) di prevenzione della crisi.

Concretamente, se il paziente è stato vittima di un attacco mentre si trovava in un ufficio bancario, si convincerà, attraverso l’errore cognitivo della generalizzazione, che tutte le banche siano luoghi rischiosi per la sua incolumità e li eviterà, così come, a lungo andare, allargherà l’orizzonte degli spazi negativi agli uffici analoghi, come quello postale, ecc.

Ciò succede non perché si sia esposto e abbia verificato l’insorgenza del problema ogni qualvolta varchi la soglia d’ingresso di quei luoghi, bensì perché procede per associazione di quell’episodio di crisi ad altre possibili situazioni.

La psicoterapia è un percorso molto potente perché consente di apprendere le tecniche di riconoscimento del meccanismo psicologico che innesca la crisi di panico.

È la sola terapia in grado di modificare, nella sua completezza, lo schema cognitivo che attiva il panico, come dimostra la letteratura e l’esperienza sul campo.

Il trattamento farmacologico può essere un aiuto, in alcuni casi è necessario, tuttavia non risolve il problema in quanto la pillola o le goccine non vanno a modificare l’aspetto cognitivo, le convinzioni, le credenze e l’ansia anticipatoria che il paziente si è costruito sul disturbo, sulla sua condizione e sulla possibilità che si manifesti una crisi.

La cognitivo-comportamentale sta alla base del nostro vivere quotidiano: essa nasce dagli studi sul pensiero e sull’apprendimento dell’uomo che, con l’esperienza quotidiana, apprende e impara nuove cose per prove ed errore: dalle modalità di svolgimento alle risposte da adottare in certi contesti, alla distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

È come se si andasse a scrivere un manuale di condotte con i comportamenti da adottare in una percisa contingenza attingendo ad esperienze simili già vissute: ad esempio, quando abbiamo sete, non pensiamo quali siano i passaggi da fare per raggiungere il frigorifero e versarci un bicchiere d’acqua, ossia non consideriamo la complessa sequenza che sta dietro il nostro alzarci dalla poltrona e dirigerci verso l’elettrodomestico per prendere la bottiglia e poi bere.

Né tanto meno pensiamo all’aver fatto forza col braccio sul bracciolo della poltrona per sollevarci, all’aver preso la direzione della cucina e, una volta in piedi, all’aver avviato i movimenti di gamba destra e sinistra per camminare verso il frigorifero.

Tutto avviene in automatico perché è nella nostra esperienza: ogni passaggio è scritto dentro di noi, nel libro personale dell’apprendimento.

Se, malaugaratamente, dovessimo convivere temporaneamente con una gamba ingessata oppure con un forte mal di schiena e, trovandoci seduti in poltrona, avessimo sete, i passaggi per raggiungere il frigorifero, prendere la bottiglia e versarsi un bicchiere d’acqua non sarebbero più scontati e automatici come lo erano nell’esempio precedente.

In questo caso, infatti, ogni movimento viene considerato, misurato e pure sofferto a causa del gesso o del dolore che limitano la dinamica della gamba o della schiena: tuttavia, in contingenze come queste, ci si rende consapevoli dell’attività complessa che vi è dietro.

Se il soggetto è costretto a tenere il gesso o a soffrire il mal di schiena per diverse settimane, dopo un po’ di tempo i movimenti appaiono più semplici perché impara a muoversi nonostante l’impedimento e diviene quasi scontato in virtù dell’esperienza acquisita.

Un’altra situazione emblematica è quella in cui una persona effettua le prove di guida per prendere la patente: la difficoltà iniziale consiste nel riuscire a coordinare i pedali di freno, frizione e acceleratore con il cambio delle marce, cui si aggiunge la gestione del manubrio e l’attenzione alla strada.

Ci sarà poi la difficoltà a completare i primi parcheggi in retromarcia, ma dopo qualche tempo tutto avverrà in maniera naturale perché si apprende, con l’esperienza, la tecnica di guida corretta.

Se questi esempi sono veri si può cogliere l’analogia tra la comparsa di un sintomo del disturbo di panico e la convinzione che possa esserci nell’immediato una crisi: anche in questo caso, infatti, s’instaura un legame tra pensiero di situazione pericolosa o tra pensiero di una probabile possibilità che si presenti una crisi e la comparsa del corredo sintomatologico.

In una giungla, dinanzi a un leone che rappresenta motivo di paura, il cuore comincerebbe a battere forte, le mani e la fronte inizierebbero a sudare: a volte non c’è bisogno neppure che l’animale feroce sia presente fisicamente, perché basta il pensiero che costruisce l’eventualità di incontrarlo per avere timore.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un trattamento potente che esplica al meglio tutti i meccanismi cognitivi e insegna quelle che sono le strategie utili e necessarie per contrastare questi automatismi di pensiero e le interpretazioni errate che inducono il paziente ad avere paura, la cui conseguenza fisica diretta è il sintomo.

Si consiglia il seguente video “Curare gli attacchi di panico: strategie per affrontare e risolverli” (A cura del Dott. Pierpaolo Casto)

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