Depressione: sintomi, caratteristiche, cause e cura

DEPRESSIONE: SINTOMI, CARATTERISTICHE, CAUSE E CURA

  1. Cos’è la depressione?

Il “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, comunemente noto con la sua sigla “DSM” (ricavata dall’originale titolo inglese “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”), etichetta la depressione quale patologia incidente sulla stabilità dell’umore: il tono umorale perde la sua condizione di equilibrio alterando, al ribasso, la funzionalità del meccanismo psichico-cognitivo di adattamento alla quotidianità e di percezione del vissuto.

Risulta compromessa, di riflesso, l’affettività della persona in un processo di indisposizione verso la contingenza familiare, lavorativa, didattica, alimentare, salutare e del sonno: in altre parole, la qualità esistenziale subisce un’imponente battuta d’arresto in termini di attività e di dinamismo.

Il disturbo depressivo provoca, in chi ne è vittima, un disadattamento intollerante ai contesti e alle relazioni che, sino a quel momento, hanno scandito con regolarità la consuetudine della propria vita.

  1. Dati statistici della depressione

Si tratta di una patologia che colpisce universalmente oltre 350 milioni della popolazione mondiale indifferentemente dal sesso, dall’anagrafica o dalla condizione sociale.

Un riferimento numerico piuttosto elevato che corrisponde a quello percentuale tra il 10 e il 15% delle persone complessive: con frequenza maggiore e doppia nelle donne (adolescenti e adulte) rispetto agli uomini (bambini e bambine, invece, ne soffrono in misura medesima), lo stato depressivo può manifestare la sua sintomatologia caratteristica in chiunque e a qualunque età, ma si stima che l’arco anagrafico più intensamente interessato sia quello tra i 25 e i 44 anni di vita. Nello specifico, s’individuano le prime apparizioni tra i 20 e i 30 anni, culminando il suo dispiegamento nel decennio seguente, tra le 30 e le 40 primavere.

È altrettanto degno di menzione il calcolo statistico in base al quale, su 6 neonati, almeno uno patirà la depressione nel corso della sua esistenza.

In età prescolastica l’indice di prevalenza del disturbo depressivo si attesta intorno allo 0,3%, accrescendosi poi di pari passo alla crescita anagrafica: raggiunge, infatti, il 2-3% in età scolare e il 6-8% in adolescenza.

Il mondo adulto femminile conta una percentuale casistica tra il 10 e il 25%, quello maschile tra il 5 e il 12%. La probabilità di essere colpiti dalla patologia entro i 70 anni di età si afferma al 27% circa negli uomini e sale al 45% nelle donne.

Dagli anni Quaranta del Novecento, inoltre, si constata un aumento percentuale generalizzato della prevalenza dello stato depressivo patologico parallelamente a un’abbassamento dell’età media di prima comparsa.

Gli studi hanno rilevato che l’80% dei pazienti al primo episodio di depressione maggiore, ne patirà almeno un altro: la media è di quattro episodi nel corso di tutta la sua esistenza.

Altri sviluppi eseguiti sulla popolazione complessiva puntualizzano che circa un mezzo dei soggetti che hanno un episodio, trattato o meno, conseguirà un recupero buono e duraturo, mentre la seconda metà subirà almeno un altro episodio, della quale all’incirca il 15% presenterà ricadute croniche.

 

  1. Cenni storici sulla depressione

In riferimento alla depressione, si suole affiancarla alla qualifica naïf di “male del secolo”, ovvero di un fattore patologico largamente diffuso al giorno d’oggi, e tant’è, come è stato suddetto, ma ricondotta, dall’opinione pubblica, esclusivamente ai ritmi rapidi e frenetici della modernità.

È opportuno, pertanto, sfatare questo mito esistenziale rifacendoci alla potenza rivelatrice della storia.

È indubbio che lo stress psicofisico abbia raggiunto, nella contemporaneità, livelli sovrastanti, ma occorre ribadire che lo stato depressivo in cui diffusamente sfocia tale condizione, sia da sempre insita nella natura dell’uomo, ovvero si è generata con lui.

Tutte le culture antiche presentano testimonianze reali di mutamenti emotivi dell’umore e della condotta a cui, oggigiorno, verrebbe assegnata la diagnosi di disturbo depressivo.

Le prime vestigia storiche sono riscontrabili nel massimo poeta epico della letteratura greca, Omero, autore dei due celebri poemi: l’Iliade e l’Odissea. Nel primo, egli descrive con sottigliezza sopraffina due episodi singolari: la condizione malinconica di Bellerofonte – un eroe della mitologia ellenica che ebbe il merito di uccidere la Chimera, un mostro ibrido con la testa da leone, il corpo da capra e la coda da serpente – e la disperazione, tramutatasi in un suicidio, di Aiace Telamonio, altro leggendario eroe greco.

Il riferimento biblico riguarda l’Antico Testamento, dove si fa menzione della “demoralizzazione” di Saul, primo re del Regno di Israele (1047-1007 a.C.), che lo caratterizzò, risolvendosi dapprima spontaneamente e ripresentandosi poi in una forma più acuta. Questi malesseri, a quei tempi, erano attribuiti alla sfera sovrannaturale, talvolta visti come forme di punizione divina.

Bisogna fare un balzo cronologico al IV secolo a.C. per rilevare il primo vero approccio scientifico nella trattazione dei “mali dell’anima”. Il celeberrimo medico greco Ippocrate fu il primo luminare ad identificare il cervello quale sede degli stati emotivi vissuti dalla persona e ad addossare all’azione svolta su di esso dalla bile nera, una sostanza prodotta dall’organismo, le cause dello scatenamento della depressione umana.

Sulla solco della metodologia d’osservazione oggettiva dei sintomi tracciato da Ippocrate, vennero identificate le principali peculiarità cliniche dello stato depressivo: un secolo più tardi, già Aristotele, illustre filosofo, scienziato e logico greco, asserì il legame di interdipendenza tra la malinconia e la creatività, mettendo in risalto come le esperienze di artisti, poeti, filosofi e capi politici fossero più ampiamente segnate dall’apparizione del malessere.

Un altro medico greco del I secolo d.C., Areteo di Cappadocia, evidenziò la possibilità della ricaduta in depressione, avanzando pure l’ipotesi di una profonda correlazione tra la condizione depressiva e l’eccitamento euforico: fu l’incipit scientifico di ciò che è oggi noto come disturbo bipolare.

Il periodo medievale si caratterizzò per una ripresa delle concezioni pregresse: al disturbo psichiatrico venne annessa una matrice magico-religiosa, frutto di colpa e di peccato, di possessione diabolica o, perfino, di pigrizia.

La natura biologica della disfunzione ritornò in auge durante il Rinascimento, e come tali vennero studiate e classificate le diverse forme della patologia depressiva.

In tempi più moderni, verso la fine dell’Ottocento, lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin raggruppò nella diagnostica della “malattia maniaco-depressiva” una serie di disturbi fino ad allora reputata in maniera indipendente (depressione, mania, stati misti, ecc…), differenziandola dalla “dementia praecox”, l’odierna schizofrenia.

Tuttavia, le tecniche e gli strumenti non erano tali da poterne avvalorare con dimostrazioni concrete la validità della sua idea, motivo per cui non debba sorprendere che in questi stessi anni il pensatore austriaco, nonchè neurologo e psicoanalista, Sigmund Freud e lo psichiatra e psicoanalista tedesco Karl Abraham avanzarono una visione alternativa, di tipo psicologico-psicoanalitico, alla depressione come conseguenza di traumi vissuti nel periodo infantile e, dunque, come disagio psichico e non di matrice biologica.

A partire dagli anni 80 del Novecento si è assistito al riaccostamento della psichiatria alla medicina empirica, utilizzando pertanto risultati obiettivi e non interpretazioni. La scienza ha compiuto passi da gigante in materia di scoperta e conoscenza della funzionalità del cervello e dei ruoli di neurotrasmettitori, neuro-ormoni e aree che si attivano per una determinata emozione.

Alle fondamenta del disturbo dell’umore ci sarebbe una comune predisposizione genetica che può generare forme di patologie di gravità variabile. Gli approfondimenti e gli esami clinici hanno altresì concesso di mettere a punto delle strategie di guarigione ad personam, di cui parleremo successivamente.

  1. Sintomatologia della depressione

La depressione si annovera nella famiglia dei disturbi dell’umore. Prima di procedere all’elencazione dettagliata dei sintomi che le fanno da corredo è appropriato operare un distinguo tra un carattere episodico di tale condizione ed uno patologico.

Il primo è, com’è intuibile, situazionale, cioè consequenziale ad una contingenza di particolare frustrazione psico-emotiva (la perdita di una persona cara, ad esempio). Ma il carattere episodico, in quanto tale, lo rende risolubile in modo transitorio: il tutto, infatti, può rientrare nella normalità nel giro di pochi giorni (e come indicato dalla letteratura clinica, entro solitamente i primi sei mesi).

Nel secondo caso, invece, ci si trova dinanzi a un disturbo depressivo propriamente detto, dal momento che va a stravolgere la disposizione sociale della persona in tutti i suoi contesti, da quello familiare a quello professionale, comportando dei sentimenti angosciosi di autosvalutazione ed autosqualificazione della propria rilevanza esistenziale nel mondo circostante.

La gamma sintomatologica con cui lo stato depressivo può dimostrare la sua apparizione è particolarmente ampia e variabile da paziente in paziente. I segni più comunementi diffusi ed evidenti che conferiscono al disturbo la diagnosi della depressione sono i seguenti:

  1. Condizione umorale depressa per la quasi totalità giornaliera: la persona risulta prigioniera di stati emotivi melanconici, disperati, tristi ed ansimanti trovando rifugio nel lamento costante e nel pianto.
  2. Disinteresse e dispiacere verso ogni tipo di azione quotidiana.
  3. Stato psicomotorio in agitazione o in rallentamento.
  4. Indebolimento e affaticamento fisico.
  5. Disturbi d’ansia: una delle manifestazioni più diffuse è l’attacco di panico.
  6. Disturbi del sonno: insonnia o ipersonnia.
  7. Calo del desiderio sessuale.
  8. Disturbi dell’appetito: evidente perdita o aumento di peso e di appetito.
  9. Psicosomatizzazioni: dolori generalizzati a ossa, muscoli e addominali, emicrania, gastrite, tachicardia, ecc.
  10. Cattiva concentrazione di pensiero, motivazione, decisione, azione e pianificazione.
  11. Rintanamento nella solitudine e nell’isolamento sociale: il che comporta una restrizione significativa della cura di sé e dei rapporti interpersonali.
  12. Pessimismo generalizzato e ruminazione: percezione di sensazioni negative, quali la rassegnazione, la sfiducia, l’inutilità, l’autosqualificazione, la delusione, il fallimento, la tristezza. Il tutto è enfatizzato a livelli estremi, producendo eccessivi sentimenti e pensieri di senso di colpa e di risentimento.
  13. Assillanti meccanismi cognitivi di morte o di suicidio pur senza una reale elaborazione di un piano particolare per attuarlo.

L’identificazione del disturbo spetta a uno specialista. Per effettuare una diagnosi esatta di stato depressivo non è necessaria la compresenza complessiva dei sintomi sopraelencati: la rilevanza di cinque di queste espressioni psicofisiche qualificherà la patologia come tale.

Nel disegno diagnostico, inoltre, va considerata la durata e l’intensità di queste manifestazioni: si può parlare di depressione nel caso in cui si presentino per la quasi totalità del giorno, quasi ogni giorno e per un arco temporale di almeno due settimane di seguito.

  1. Classificazione dei disturbi di depressione

È possibile procedere alla compilazione di una graduatoria relativa alle differenti forme di manifestazione della patologia, ognuna specifica e caratterizzata da espressioni fisiche peculiari.

La classificazione include:

  1. Depressione reattiva: è la reazione emotiva ad un evento di grande impatto con la cognitività di un uomo. Episodi particolarmente traumatici quali un lutto, una separazione, la perdita del posto di lavoro, un fallimento, una violenza morale o fisica, una truffa possono essere situazioni di gravità tale da scatenare un’apparizione dei sintomi oltremodo intensa e prolungata rispetto alla circostanza in sé.
  2. Depressione endogena: in questo caso non è la contingenza esterna a sfociare in stato depressivo, ma è la genetica-biologia o l’inconscio insiti nell’indole personale del paziente a provocargli la caduta patologica.
  3. Depressione psicotica: è una forma depressiva di grave entità, cui si aggregano manifestazioni psicotiche come il delirio.
  4. Depressione ansiosa: è una tipologia patologica contraddistinta dalla propagazione di stati d’ansia che, in numerosi casi, sfociano negli attacchi di panico.
  5. Distimia: in un intervallo cronologico biennale (almeno), la persona presenta uno stato umorale perennemente depresso, tuttavia, benchè il lasso temporale appaia cronico, la sintomatologia presenta un’intensità meno grave di altre e non sfocia in depressioni di entità maggiore.
  6. Disturbo dell’adattamento con umore depresso: è conseguenza di una situazione stressante a livello psicofisico. Generalmente, si presenta entro le prime tre mensilità dall’esordio dell’episodio per poi decorrere, superato lo stresso, nell’arco dei sei mesi.
  7. Depressione post-partum: è chiaramente esclusivo delle donne, interessandole nel 10-20% dei casi, e si verifica nel corso delle prime settimane successive alla messa al mondo del neonato. È transitoria.
  8. Depressione mascherata: si presenta e si alimenta attraverso la sintomatologia cognitiva, somatica e comportamentale, mentre quella affettiva non emerge.
  9. Depressione secondaria: è lo stato depressivo correlato e conseguente alla presenza di altre malattie psichiatriche, neurologiche, organiche o alla somministrazione di farmaci particolari.
  10. Disforia: è uno squilibrio dell’umore contrassegnato da irritabilità e agitazione.
  11. Disturbo bipolare: si configura come l’alternanza di disturbi depressivi di maggiore o minore intensità congiuntamente a episodi maniacali o ipomaniacali.
  1. Cause della depressione

L’argomento eziologico relativo alla depressione è un oggetto di studio estremamente dibattuto e in fase di sviluppo. Comunque, è possibile segnalare la presenza di due diverse correnti di pensiero che considerano quali cause dello scatenamento del disturbo le cause biologiche e genetiche da un lato e le cause ambientali e psicologiche dall’altro.

Per quanto concerne la “teoria genetico-familiare”, essa basa la sua credibilità e validità sullo studio effettuato su gemelli monozigoti e dizigoti e su soggetti adottati: è stato dimostrato un tasso di ereditabilità del disturbo depressivo pari circa al 76%. Al modo medesimo di altre patologie psichiatriche, non implica una trasmissione diretta, ma coinvolge più geni.

Inoltre, appare meno frequente nelle forme depressive più leggere, ma più incisiva negli esordi più precoci: si stima, infatti, che circa 7 bambini su 10 vittime di depressione abbiano in famiglia almeno un genitore con un disturbo umorale. Questo è un fattore particolarmente importante, dal momento che, alla condizione di vulnerabilità genetica, si correla inesorabilimente una relazione di disagio sfavorevole tra padre/madre e il proprio figlio, alimentando di gran lunga l’eventualità che anche il piccolo possa subire il disturbo.

A questa si associa da vicino la corrente di pensiero che fornisce spiegazioni biologiche quali matrici della patologia. La comunicazione tra le cellule del sistema nervoso, in gran parte, è sostenuta dall’azione di sostanze chimiche scientificamente dette “neurotrasmettitori”. Lo stato depressivo, pertanto, sarebbe conseguenza di un’attività incompleta di determinati sistemi di neurotrasmettitori che ha come effetto la compromissione della normale funzionalità di particolari zone cerebrali che regolamentano il sonno, l’appetito, il desiderio sessuale e l’umore. Secondo questa teoria sarebbero tre, in particolare, i neurotrasmettitori coinvolti direttamente, con la loro funzione, all’insorgenza del disturbo depressivo: la serotonina, la noradrenalina e la dopamina. Il trattamento farmacologico, esplicato nell’assunzione degli antidepressivi, andrebbe a influenzare il bilancio generale dei suddetti nelle strutture interne al cervello, regolandone emozioni, risposte a situazioni di stress, il sonno, l’appetito e l’istinto sessuale.

Ulteriore elemento neurobiologico di fondamentale importanza è l’asse costituito da ipotalamo, ipofisi e surrene, ovvero l’asse ormonale che guida la correlazione comunicativa tra le strutture limbiche, l’ipotalamo e l’ipofisi, con il surrene. Questo asse equilibra il riscontro allo stress, stimolando il surrene a rilasciare gli ormoni glucocorticoidi, soprattutto il cortisolo. I soggetti depressi, infatti, si caratterizzano per un’appurata iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e per la concentrazione elevata di cortisolo nel sangue, il che procura conseguenze deleterie per l’organismo, come: insonnia, riduzione dell’appetito, diabete mellito, osteoporosi, calo del desiderio sessuale, incremento dell’ansia, immunosoppressione, danni a vasi cerebrali e cardiaci.

Gli studi posti in atto rappresentano la prova dimostrante che particolari situazione di stress duraturo abbiano la potenzialità di ridurre il tasso di funzionalità corretta dei tre neurotrasmettitori succitati e di porre in iperattività l’asse con i relativi effetti che questo comporta: si tratta di un fatto rilevabile con più chiarezza negli adulti, mentre nei bambini depressi questa relazione non è comprovata, in quanto il livello di cortisolo nel sangue appare in normale dosaggio.

La depressione, pertanto, si configurerebbe come l’impossiblità da parte dell’encefalo e del sistema endocrino di replicare adeguatamente a un cambiamento di vita o a una contigenza di stress che sfori oltremisura la sopportazione psicofisica dell’individuo.

Diversamente da queste, esiste una corrente di pensiero psicoanalitica che ricollega l’innesco dello stato depressivo alla psicologia della persona, ovvero al suo inconscio, alle relazioni da essa instaurate con il mondo circostante: dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alle conoscenze e alle amicizie.

Secondo una teoria basata sullo psicodinamismo, particolari situazioni profondamente traumatizzanti avviano nell’Ego un conflitto psichico inconscio e turbante, che può essere superato attraverso una presa di coscienza dello stesso parallela a una ristrutturazione della personalità ferita. Fra le cause psicologiche che determinano una depressione si possono rilevare i mutamenti di vita, la crescita e la maturazione del paziente, l’invecchiamento, l’acquisizione di incarichi sociali o responsabilità inediti relativi, ad esempio, al lavoro o alla famiglia.

La patologia depressiva sarebbe, dunque, un conflitto critico individuale la cui risoluzione implicherebbe una visione nuova dell’esistenza nonché un rinnovamento dell’indole caratteriale del soggetto che ne è vittima.

Sulla psicologia della persona agiscono una funzione di rilievo l’ambiente e la società.

Rientrano in questo contesto teorico quelle situazioni di impatto morale altamente traumatico, specie durante l’infanzia, come una violenza sessuale o un abbandono. Non solo, tra i fattori sociali si annoverano anche altre contingenze complicate per un’esistenza equilibrata, come: la povertà economica, la disoccupazione, il licenziamento, il fallimento economico o lavorativo, i problemi con la giustizia, la separazione e il divorzio, un lutto, il mobbing sul lavoro, una bocciatura scolastica, il bullismo e in diversi casi anche l’obesità, la sedentarietà e l’omosessualità.

In età più adulta, laddove lo stress psicofisico è più accentuato in virtù di un dosaggio incrementato di impegni personali e professionali, lo stato depressivo può rappresentare il triste punto di arrivo di una condizione di esaurimento nervoso e fisico dovuto a contingenze estenuanti e spiacevoli di varia natura.

Sulla base degli oggetti contenutistici professati dalle diverse teorie di pensiero, si è giunti alla conclusione di valutare il disturbo depressivo come prodotto non di una specifica causa, ma di più fattori in concomitanza fra loro: eziologia di carattere genetico, biologico, ambientale e psicologico.

Ambiente e società, dunque, agiscono sulla genetica-biologia del paziente, indirizzandolo alla patologia, sulla quale la psicologia gioca un ruolo fondamentale di scatenamento e di alimentazione.

  1. Diagnosi della depressione

La valutazione clinica della sintomatologia avvertita deve essere effettuata da un medico: in prima battuta sarà il medico curante a fornire una prima spiegazione d’indagine al disturbo; sarà lui, eventualmente, ad indirizzare il paziente a uno specialista (uno psichiatra, uno psicologo o uno psicoterapeuta).

È fondamentale stabilire l’anamesi della persona, ovvero ricavare le informazioni di importanza prioritaria legate a quei fattori biologici, psicologici e sociali che hanno potuto influire significativamente nel suo abbassamento dell’umore. Al contempo, si dovrà chiarire quali strategie vengono adottate dal paziente per tentarne una normalizzazione: ad esempio, la somministrazione di droghe o l’abuso di alcool.

Prima di diagnosticare con esattezza il disturbo depressivo maggiore, bisognerà appurare (ed escludere) anche eventuali altri motivi correlati all’apparizione di determinate manifestazioni psicofisiche attraverso degli esami medici in laboratorio: gli esami del sangue per misurare i valori di TSH e tiroxina al fine di scartare l’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo, i livelli di elettroliti e di calcio sierico per il disturbo del metabolismo, i livelli di cortisolo plasmatico per la malattia di Cushing e la malattia di Addison e una serie di altri controlli specialistici; un emocromo integrale con VES per scansare la presenza di un’infezione sistemica o di una malattia cronica; la verifica dei livelli di testosterone per escludere o confermare l’ipogonadismo negli uomini.

I disturbi cognitivi ravvisabili in soggetti d’età anagraficamente invecchiata possono segnalare pure l’origine di una demenza specifica, qual è la malattia di Alzheimer. Allo scopo di differenziare lo stato depressivo da uno demenziale è possibile sottoporsi a particolari test cognitivi e di imaging cerebrale.

Prima di confermare la diagnosi di disturbo depressivo maggiore vanno scartate altre malattie: anche quelle connesse ad una malattia fisica, alla somministrazione di determinati medicinali e all’abuso di sostanze stupefacenti.

La depressione ingenerata da una malattia fisica si qualifica come un disturbo dell’umore correlato ad una condizione medica e viene stabilita analizzando la storia personale del paziente e i risultati dei test laboratoriali e della visita medica.

Quando lo stato è provocato dall’abuso di stupefacenti o dall’assunzione di farmaci particolari, si parla di disturbo dell’umore indotto da sostanze.

Emerge, ancora una volta, la multifattorialità eziologica della depressione che, lo ribadiamo, deriva la sua insorgenza da cause concomitanti tra loro legate alla biologia, alla psicologica, all’organicità, alla società e all’ambiente della persona che ne è vittima.

Talvolta, è produttivo ricorrere a un check-up completo a livello fisico per escludere la possibilità della presenza di ulteriori patologie organiche alla base del disturbo, al fine di fornire al paziente il suggerimento più utile e adeguato nella terapia di guarigione da seguire per la remissione graduale della sua condizione.

  1. Cura della depressione

Le principali forme di trattamento della patologia depressiva sono fondamentalmente due: il trattamento farmacologico e il trattamento di psicoterapia.

8.1 Trattamento farmacologico

Il primo si basa sulla prescrizione medica di psicofarmaci antidepressivi, costituiti da composti psicoattivi che, modificando la quantità di neurotrasmettitori nel cervello o interagendo con essi, stimolano la funzionalità cerebrale all’adattamento, scaturendo gli effetti antidepressivi.

Si tratta di medicinali con scarsa utilità nei pazienti con sintomi depressivi leggeri o moderati, ma di efficace potenza in coloro i quali hanno sviluppato un grado patologico più elevato.

La quantità di antidepressivi in commercio o in via di sperimentazione è piuttosto alta, segno tangibile della larga diffusione della patologia e della risposta individuale, soggettiva per ogni paziente, alla somministrazione degli stessi.

Tuttavia, numerosi dibattiti e confronti scientifici tengono aperto e in fase di elaborazione l’argomento sulla effettiva efficacia degli antidepressivi nel trattamento del disturbo depressivo maggiore: è sovente riscontrabile, infatti, soprattutto nel caso di malattia non pesante e negli individui più giovani, che il miglioramento umorale del soggetto dovuto al medicinale sia faticosamente discernibile da quello suscitato da un composto inattivo applicato come comparazione (ad esempio, il placebo).

La terapia farmacologica, dunque, appare statisticamente più consigliata nei pazienti con depressione maggiore, tuttavia, nei trattamenti a breve termine per individui con forme depressive più lievi, la somministrazione di medicinali viene abbandonata per lasciare spazio agli approcci psicologici, onde prevenire gli effetti collaterali dei composti chimici.

Il trattamento farmacologico, generalmente, viene prescritto per le 16-20 settimane seguenti la remissione, al fine di alleviare l’eventualità di una ricaduta; in alcuni casi particolari, può essere suggerita una terapia annuale. Dinanzi ad una situazione di stato depressivo cronico può essere inevitabile la somministrazione di medicinali a tempo indeterminato per escluderne delle recidive.

Questi tipi di terapie, spesso, associano due farmaci agenti in sinergia su recettori diversi al fine di conseguire un risultato d’efficacia maggiore all’effetto che i due farmaci avrebbero garantito se ingeriti separatamente. Tale strategia, propriamente detta “potenziamento farmacologico”, mira parallelamente alla riduzione del dosaggio dei singoli e a quella degli effetti collaterali.

Tra i farmaci utilizzati in sinergia con gli antidepressivi annoveriamo: i neurolettici, il litio e il sodio valproato, l’acido folico, la S-adenosil metionina, gli integratori a base di olio di pesce ad alto contenuto di acido eicosapentaenoico e di acido docosaesaenoico, le vitamine del gruppo B, gli antiossidanti come la vitamina C e la vitamina D, gli amminoacidi (come glutammina, ornitina arginina e carnitina), il triptofano, il magnesio, la fitoterapia con l’estratto di ginkgo biloba e il ginseng, l’iperico, lo zinco.

8.2 Trattamento di psicoterapia cognitivo-comportamentale della depressione

In alternativa e/o in associazione alla cura farmacologica della patologia depressiva, esiste un trattamento dallo specifico approccio psicologico: la terapia cognitivo-comportamentale.

È stata scientificamente provata, infatti, l’efficacia di quest’ultimo trattamento, il quale può essere la risoluzione unica ed elettiva nei casi di sintomatologia depressiva lieve o moderata, ma risulta altrettanto produttiva se avviata in combinazione con l’assunzione degli psicofarmaci nei pazienti con patologie d’entità più grave e intensa.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, sotto la guida di uno specialista, insegna al paziente a riconoscere, identificare, selezionare e correggere quegli inganni mentali che, per forza di cosa, non hanno fatto altro che provocargli malessere e stati d’animo negativi.

A differenza della terapia farmacologica, essa non va ad agire direttamente sul sintomo fisico, che è realmente una conseguenza, ma interviene sulla causa primaria da cui scaturiscono le manifestazioni del disturbo, ovvero sui pensieri che il soggetto fa in merito alla propria esistenza.

Lo psicoterapeuta, infatti, partendo dall’ascolto della storia personale del paziente, lo indirizzerà ad analizzare e ad autoanalizzarsi in merito ai pensieri tormentosi che l’hanno indotto ad adottare una condotta depressa. Le tecniche e gli strumenti che gli verranno forniti dapprima teoricamente e poi applicandoli in concretezza, saranno la base da cui partire per operare una correzione e una ristrutturazione degli stati cognitivi disfunzionali e distorti posti in essere fino a quel momento.

Disfunzionali e distorti perché sono errori di pensiero. Se ci chiedissimo in quanti modi la mente umana può sbagliare, saremmo tentati di rispondere in infiniti modi a seconda delle circostanze. In realtà la mente può sbagliare in dodici modi diversi perché altrettante sono le categorie d’errore: pensiero dicotomico, ipergeneralizzazione, astrazione selettiva, squalificazione del lato positivo, lettura del pensiero, riferimento al destino, catastrofizzazione, minimizzazione, ragionamento emotivo, doverizzazione, etichettamento, personalizzazione.

Di seguito, la definizione di ciascuna:

  1. Pensiero dicotomico: le cose sono viste in termini di categorie mutualmente escludentisi senza gradi intermedi. Ad esempio, una situazione o è un successo oppure è un fallimento; se una situazione non è proprio perfetta allora è un completo fallimento. Cioè le situazioni sono lette in modo estremo e non nella giusta misura: “O tutto o nulla”.
  2. Ipergeneralizzazione: uno specifico evento è visto come essere caratteristica di vita in generale piuttosto che come essere un evento fra tanti. Ad esempio, concludere che se qualcuno ha mostrato un atteggiamento sconsiderato in una occasione, non considera poi le altre situazioni in cui ha avuto atteggiamenti più opportuni. È “fare di tutta l’erba un fascio” perché qualcosa è successo in passato e dunque succederà sempre in futuro, secondo una credenza disfunzionale.
  3. Astrazione selettiva: un aspetto di una situazione complessa è il focus dell’attenzione ed altri aspetti rilevanti della situazione sono ignorati. Ad esempio, focalizzare un commento negativo in un giudizio sul proprio lavoro trascurando altri aspetti positivi. È vedere il “bicchiere mezzo vuoto”: il paziente è portato a selezionare/evidenziare esclusivamente l’aspetto negativo della situazione e ad astrarre/cancellare tutto il resto.
  4. Squalificazione del lato positivo: le esperienze positive che sono in contrasto con la visione negativa sono trascurate sostenendo che non contano. Ad esempio, non credere ai commenti positivi degli amici e colleghi dubitando che dicano ciò solo per gentilezza. In sintesi: “Ciò non conta nulla, conta di più…”.
  5. Lettura del pensiero: le persone sostengono che altri individui stanno reagendo negativamente senza alcuna prova evidente di ciò che affermano. Ad esempio, affermare di sapere che l’altro pensa di sé negativamente anche contro la rassicurazione di quest’ultimo. È il classico pensiero del “Ti ho già capito”.
  6. Riferimento al destino: l’individuo reagisce come se le proprie aspettative negative sugli eventi futuri siano fatti stabiliti. Ad esempio, il pensare che qualcuno lo abbandonerà e che lo sa già, e agire come se ciò fosse vero. È il paziente che guarda al futuro col pensiero del “Lo so già”.
  7. Catastrofizzazione: gli eventi negativi che possono capitare sono trattati come intollerabili catastrofi piuttosto che essere visti nella giusta prospettiva. Ad esempio, il disperarsi dopo una brutta figura come se fosse una catastrofe terribile e non come una situazione semplicemente imbarazzante e spiacevole. Un errore basato sul concetto di “È terribile se…”: il paziente con attacchi di panico comincia a sovradimensionare le situazioni e a vedere le situazioni temute come estremamente terribili.
  8. Minimizzazione: le esperienze e le situazioni positive sono trattate come reali ma insignificanti. Ad esempio, il pensare che in una cosa si è positivi ma che essa non conta in confronto ad un’altra più importante, secondo la logica del “Niente conta veramente di quello che faccio”.
  9. Ragionamento emotivo: considerare le reazioni emotive come reazioni strettamente attendibili della situazione reale. Ad esempio, decidere che siccome ci si sente sfiduciati, la situazione è senza speranza. Un assurdo logico basato sul pensiero che “Se mi sento così (es: triste), allora è vero (che la situazione è negativa)”.
  10. Doverizzazione: l’uso di “dovrei”, “devo”, “bisogna”, “si deve”, ecc… per assicurare la necessaria motivazione e il controllo al comportamento. Ad esempio, il pensare che un amico deve stimarci, perché bisogna stimare gli amici. Chi compie tale errore si basa sui concetti di “devo…”, “si dovrebbe…”, “gli altri devono…”. In questa categoria vi è, da parte del paziente, la percezione del dovere della sua condotta e della doverizzazione degli altri nei suoi confronti: ogni volta che ci s’impone di fare qualcosa o ci si aspetta qualcosa da altri, si sta male perché il senso di costrizione per sé nei confronti degli altri (“devo fare”) o per gli altri nei confronti di sè (“gli altri devono fare”) induce a un’emozione negativa (delusione, tristezza, rabbia).
  11. Etichettamento: attaccare una etichetta globale a qualcuno piuttosto che riferirsi a specifici eventi o azioni (“È un”). Ad esempio, il pensare che si è un fallimento piuttosto che si è inadatti a fare una certa cosa. Questo errore induce a dare delle etichette globali a qualcuno o qualcosa che risultano limitanti e riduttive nella percezione di questi qualcuno o qualcosa.
  12. Personalizzazione: assumere che una è la causa di un particolare evento quando nei fatti sono responsabili altri fattori. Ad esempio, considerare che una momentanea assenza di amicizie è il riflesso della propria inadeguatezza piuttosto che un caso, addossandosi ogni colpa (“È colpa mia se…”). Una personalizzazione del paziente rispetto alla propria condizione (cioè addossarsi ogni tipo di colpa), gli comporterebbe come conseguenza un’emozione negativa.

La soluzione che consente di prevenire di incappare in queste dodici categorie d’errore di pensiero è la ritrutturazione cognitiva, ovvero la conoscenza degli assurdi logici che la mente umana può compiere e il loro riconoscimento attraverso l’applicazione di esempi illustrativi ad essi relativi.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, dunque, al fine di evitare ricadute, fornisce le pratiche per attuare un modo di ragionare più equilibrato e razionale nel fronteggiamento delle attività quotidiane con uno spirito emotivo positivo, motivo per cui lo specialista si rivolge all’uso di specifici protocolli, come la terapia comportamentale razionale emotiva, la Schema-Therapy, il lavoro sul Benessere Psicologico e la Mindfulness.

Questo approccio terapico, che va a intervenire parallelamente sui pensieri e sui comportamenti del paziente, tende ad educare i pazienti alla rimozione dei meccanismi cognitivi e delle condotte di autolesionismo ed autosvalutazione.

Sviluppi clinici elaborati negli ultimi anni del secolo scorso hanno evidenziato come l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale stia acquisendo gradualmente una consistenza maggiore anche nelle forme depressive di entità moderata-grave.

È indubbiamente la cura elettiva nella guarigione degli adolescenti depressi, dal momento che è in grado di mutare radicalmente la visione della vita degli stessi, aumentando l’elaborazione di pensieri ragionevoli e riducendo disperazione, pensieri negativi e distorsioni cognitive.

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