Ansia e paura: teoria del “falso pericolo”

ANSIA E PAURA: TEORIA DEL FALSO ALLARME

Comprendere il significato della “teoria del falso allarme” è fondamentale al fine di cogliere la modalità di funzionamento del meccanismo che innesca le manifestazioni di ansia e di attacchi di panico.

È opportuno, anzitutto, precisare che l’ansia è un qualcosa che normalmente è necessario avere nella misura in cui si abbia a che fare con “ansia funzionale”: la sua importanza si rileva nella possibilità di riuscire ad avvertire una situazione di potenziale pericolo e, per questo, di prevenirlo adoperando le condotte più appropriate a fronteggiarla. Nel concreto delle azioni quotidiane, l’ansia ai fornelli, ad esempio, è puramente funzionale dal momento che induce ad essere vigili e attenti per evitare di scottarsi al contatto con le pentole o con le fiamme.

L’ansia è la risposta a un meccanismo interno particolarmente importante, paragonabile al sistema di allarme di un’abitazione o all’antifurto di un abitacolo: nel momento in cui percepisce pericolo o minaccia, l’allarme innesca il suo suono, ovvero le manifestazioni sintomatologiche dell’ansia fanno la loro apparizione (la tachicardia, la vampata di calore, la sudorazione, ecc..).

Come l’antifurto di una casa segnala un pericolo potenziale o reale e consente di verificarne l’effettività (magari è soltanto una finestra mal chiusa ad aver innescato la sirena), l’ansia umana ha il compito di far funzionare meglio le condotte e le strategie poste in atto dinanzi a determinate situazioni: ad esempio, la preoccupazione provata in vista di un appuntamento importante fa sì che si presti maggiore attenzione e accuratezza all’orario per giungervi puntuali.

Essa diventa un problema, cioè si tramuta in ansia disfunzionale, nel momento in cui questo campanello di allarme suona troppo spesso e, soprattutto, in circostanze dove non ci siano assolutamente pericoli da segnalare.

Quel meccanismo normale è, in questi casi, un’ansia patologica e i suoi sintomi fisici caratteristici compaiono con frequenza e intensità altrettanto disfunzionali (stesso discorso vale per gli attacchi di panico): la tachicardia, la sudorazione, il senso di confusione e la sensazione di svenimento che un soggetto può avvertire, ad esempio, all’interno di un supermercato, di un luogo affollato o semplicemente nella propria automobile in mezzo al traffico, non si configurano come sirene di pericolo funzionali, dal momento che non si abbia a che fare con circostanze da cui è scaturibile una minaccia reale.

Da qui deriva la suddetta “teoria del falso allarme”: falso perché è immotivato, non è un innesco funzionale a farci correre ai ripari da un potenziale pericolo, come nel caso emblematico in cui incrociando un cane randagio, grosso, sciolto, arrabbiato, che ci ringhia contro, penseremmo che possa aggredirci, farci del male e sbranarci. In termini generali di situazione pericolosa che genera paura, si potrà optare per un attacco o una fuga: plausibilmente, in questa specifica circostanza, in mancanza di ulteriori elementi conoscitivi (magari il cane abbaia, ma non morde), ci allontaneremmo lentamente per non urtare ulteriormente l’istintività dell’animale o fuggiremmo velocemente per proteggerci ed allontanarci dal pericolo.

È un falso allarme quando i sintomi dell’ansia e del panico si manifestano senza alcun reale bisogno, laddove non ci sia necessità di comunicare alcunchè di minaccioso.

Questi segnali disfunzionali sono una conseguenza dei pensieri del paziente rispetto alla situazione che vive e avverte come pericolosa, benchè sia il solo tra centinaia di persone a reputarla tale.

È come un serpente che si morde la coda: il soggetto con ansia e attacchi di panico si convince sempre di più che quella circostanza è rischiosa perché l’allarme segnala pericolo in modo incessante e intenso.

S’instaura un circolo vizioso tra pensiero ed emozione: il pensiero di pericolo consegue lo stato emotivo di paura che, a sua volta, determina la manifestazione dei sintomi fisici caratteristici, i quali diventano per il paziente la prova evidente che qualcosa di minacciosa esiste.

Motivo per cui ritiene opportuno adattare delle strategie che, però, risultano essere molto ingenue, in quanto l’unica condotta posta in atto dal paziente è quella (sbagliata) dell’evitamento.

La mancata esposizione al fronteggiamento della situazione, sebbene in modo falso l’allarme risuoni in relazione alla stessa, produce una condizione di peggioramento della patologia dell’ansia e un acuirsi del disturbo di attacchi di panico in termini di intensità e di frequenza.

Quanto più una persona avrà paura, tanto più essa manifesterà e proverà suddette espressioni sintomatiche e andrà a praticare degli evitamenti, autoconvincendosi di porre in atto la strategia di condotta adeguata a prevenire una crisi. Ovviamente, però, è una strategia falsa tanto quanto i segnali d’allarme che hanno messo in allerta e paura il paziente.

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